04 Sleeping with ghosts

Tracklist 1: 04 Sleeping with Ghosts

La quarta traccia, questa è stata la grande figlia di puttana, vuoi per complessità, vuoi per intensità.
Non sono un tipo esattamente piagnucolone, ma non sai mai quando ti prende la pezza (come diciamo a Roma), e proprio noi, scapoloni incalliti, ghiaccioli ambulanti, siamo quelli che si sciolgono di fronte a un raggio di sole, seppur debole, lontano o riflesso. Che fessi. Rocce friabili siamo.
Accusiamo noi finti duri il colpo, magari non versiamo una lacrima, ma qualcosa ci sconquassa dentro.
Sembriamo addirittura sereni lì per lì.
Perché bene o male fino a una certa età c’è mamma o chi per lei a consolarti. O in certi casi gli amici. Ma poi? Poi ti dici che non ne hai più bisogno, grande uomo.
Ma speri sempre in fondo di poter trovare un angolino di buio per piangere da solo, e speri anche in fondo che qualcuno di sfuggita possa vederti. La persona giusta, non una qualsiasi. La persona giusta.
Ho ribaltato chiaramente questa immagine e l’ho applicata ancora alla mia donna immaginaria, e al mio uomo immaginario ho assegnato quel ruolo che tutti vorrebbero ricoprire e che tutti vorrebbero “subire”. Ma è intercambiabile nei ruoli ovviamente, e ruoli poi in fondo non ce ne sono. E’ una sorta di violabile convenzione di immagine, o un po’ come quando le donne cantano le canzoni degli uomini e le ribaltano al femminile, insomma, io la vedevo così. 🙂
Tornando…La condizione ideale sarebbe quella dell’angolino buio in effetti, lei piange sola, poi lui arriva, la abbraccia, le asciuga le lacrime.
That’s love!
Lui, la sua anima gemella.
Mi colpisce questa frasetta nel testo, forse la più bella: “Hush, It’s okay, Dry your eye”. Shhh (stai zitta), asciugati gli occhi, va tutto bene.
Che perfezione, che bellezza…sembra volerle far cessare un singhiozzo di pianto, rassicurarla.
Mille volte l’abbiamo detta, mille volte ce la siamo sentita dire questa frase!
E poi ancora, incalza, “Soulmate dry your eye”. Io ora non sono un grande interprete, ma un minimo di inglese lo conosco, e qui mi sembra inviti chiaramente ad asciugarsi gli occhi. Lei non lo farà, perché in realtà non vuole farlo, vuole sia lui, a liberarla dal pianto.

Che bellezza…che perfezione…

Ma ai Placebo le storie a lieto fine non piacciono, e in effetti…a chi piace davvero conoscere già il finale romantico di una storia? Alle ragazzine forse. Questa storia non ha un lieto fine, ma a me piace pensare che una fine non ci sia. Questo vorrei vederlo come un “frattempo”. Un mentre che si svolge tra le perturbazioni temporali di un desiderio. Il desiderio di lei di poter essere consolata e il desiderio di lui, di consolarla.

Saranno corrisposti tra di loro questi fantasmi? E’ veramente lui l’oggetto del desiderio di lei? Sicuramente viceversa. Lei per lui è l’assoluto.
Lui sa, nella sua proiezione cosa sta facendo.
Le prende la testa tra le mani, la sua nudità non porta a declinare il gesto con un’accezione erotica, ma si mette a nudo per mostrarsi in tutta la sua fragilità. Nessuna struttura può mettersi in mezzo, nessun tipo di barriera può impedire ai fantasmi di scambiarsi le anime.
Lei è indifesa. Si protegge un po’ col proprio corpo, ma è debole. Le gambe un po’ aperte non sono un invito, ma un’arrendevolezza che cerca di difendere incrociandole, non vuole eleganza, vuole chiusura, protezione, e il viso, chiuso tra le mani che sostengono il suo pianto, perché nessuno è lì ad asciugarle le lacrime. Le braccia afferrano le ginocchia. Lei inevitabilmente sta per cadere.
Lui è più cose nella sua versatilità di fantasma. E’ il presente che vorrebbe stringerla, è il passato che l’ha stretta, è il futuro, di una stretta che si chiuderà nel vuoto.
E quindi non abbraccia. Le prende la testa tra mani, il suo gesto d’amore è il capo chino a toccare con la fronte il capo di lei, per non interromperle il pianto, perché se non fosse il fantasma di una possibilità, sarebbe il dorso della mano che le sposterebbe le lacrime dalle guance avvampate, verso l’alto, asciugandole, sentendone il calore, disegnandone col pollice una virgola umida di sorriso.
Trasmette, lui, la vicinanza che non può dare.

La foto è scattata in due tempi, ed è stato particolarmente difficile anche qui calibrare al millimetro le posizioni dei due corpi che nell’immagine vediamo fusi, ma che nella mera esecuzione dello scatto non si sono toccati mai. Trovo simbolicamente interessante questo tecnicismo. Dove in fondo la stessa tensione non tensione dell’etereo è anche un prendere posizioni fisiche in assolo, cercando di immaginare la presenza dell’altro. Roberta e Simone, stanchi e stupendi. Un applauso per loro, che hanno reso le anime immortali.

“Soulmate dry your eye, ‘cause soulmates never die.”

Il testo completo della canzone:

The sea’s evaporating
Though it comes as no surprise
These clouds we’re seeing
They’re explosions in the sky
It seems it’s written
But we can’t read between the line

Hush
It’s okay
Dry your eye
Dry your eye
Soul mate dry your eye
Dry your eye
Soul mate dry your eye
Cause soul mates never die

This one world vision
Turns us in to compromise
What good’s religion
When it’s each other we despise
Damn the government
Damn the killing
Damn the lies

Hush
It’s okay
Dry your eyes
Dry your eyes
Soul mate dry your eyes
Dry your eyes
Soul mate dry your eyes
Cause soul mates never die

Soul mates never die, never die
Soul mates never die, never die

Soulmates never die

Piccola curiosità: la stessa canzone, riarrangiata è presente tra i B-sides dei singoli col titolo “Soulmates”. Ve la propongo qui sotto per dovere di cronaca, e vi dirò, dopo essermi consumato le orecchie suquesto disco, forse la variante mi piace anche di più.
Buona visione, buon ascolto.

03 This Picture

Tracklist 1: 03 This Picture

Terzo brano, quarto scatto nell’ordine.

Si fuma un po’ per gusto, un po’ per noia, un po’ perché è erotico. Ebbene sì, lo è, è erotico.

“Sexy” direbbe qualcuno.

Allora c’è questa fumatrice. E’ lei il fulcro della canzone. The Ashtray Girl, la nostra protagonista è la ragazza posacenere.

E per lei fumare è componente erotica e momento di unione. Il suo odore anche si fonde con quello della sua pelle, delle sue fragranze, e diventa un tappeto di sensazioni.

Cercate di immaginare la scena: sono due corpi che si congiungono, si baciano e non rinunciando a quella gestualità rendono il fumo una danza consumata tra le labbra. Si sfiorano e nuvole morbide scivolano via, intorno alle bocche, sul naso, lungo le guance e si aspirano ancora a raccogliere quel vento visibile d’amore e tensione erotica. Inglobarlo, scaldarlo di nuovo. La mia aria, diventa la tua aria, e torna a me in un continuo fluttuare a labbra socchiuse. Certo, la foto finale non è proprio così nitida come il fotogramma descritto. Ma questo accade con lei, che rimane immortalata in un’immagine, e la mia mente ne ha una, straordinariamente bella di questo “forbidden snowflake”, particolarmente lucida. Peccato la mente idealizzi, e la realtà per un fotografo non è mai come la tela per un pittore, noi dipingiamo, per quanto sia, con strumenti reali, e tante volte la realtà stessa sfiora la dimensione del sogno, tutto si impasta e diventa infotografabile. Non sono giustificazioni, è solo che a volte non ci sono parole per descrivere un frammento di beltà semionirica vissuta ad occhi chiusi, figuriamoci una foto.

Ma torniamo al mio scattino istantaneo e al suo senso. Ovviamente ho cercato di rendere l’immagine didascalica, nonostante le influenze della creazione personale. La donna ha una predominanza in questo gesto, sottomette e ammalia il suo fantasma. Lui, che di lei ha già subìto la presenza, e il fascino, e il senso di abbandono, ne trattiene in mano una copia, una copia di quell’immagine indescrivibile che non so darvi, che fa male nella sua assenza come una bruciatura di sigaretta sul petto. Vissuta, fumata, inalata, spenta, dolorosa, mortale, e permanente nella sua cicatrice. Lui è steso, accusa il dolore che gli provoca la donna e la respinge, ma anche la accoglie, tra le gambe, non potendo fare a meno di possederla e respirare la sua aria.

Per me non è stata la foto più dura da scattare, tecnicamente parlando, per quanto lavorata al millimetro, ma di certo una tra quelle che meglio rendono la soluzione fotografica che volevo definire dalla canzone.
Ci sono poi dettagli che mi hanno frenato un po’ sugli intenti. Estratti del brano che mi hanno toccato in passato e tuttora lo fanno. Chi non vorrebbe dare un’immagine di se ancora giovane, ma sicura e matura anche, capace di innamorarsi ancora e capace di vivere un amore già consumato come una delicata pianta da accudire e coltivare? Crescere, non crescere, paura di crescere. E sapere di non poter smettere di crescere. Ho scelto una via di crescita umana riflettendoci, provo ad essere l’uomo che vorrei per quanto complesso, però per non rischiare il fuoritema ho glissato sulla questione, forse troppo personale, e troppo, lo ammetto, difficile da realizzare.

Al servizio delle mie intezioni, la gioventù e la passione di Roberta e Simone ancora, una volta.

Piccolo dettaglio tecnico: si parla di “Ashtray Girl” ma non si vede ne il fumo ne la sigaretta. La sigaretta è nella mano sinistra di Roberta, che poggia sul divano. Il colore chiaro dei cuscini e la doppia esposizione la rendono appena percepibile. Il fumo anche c’era, ma per le stesse ragioni di cui sopra (e perché la mia modella nemmeno è davvero una fumatrice), svanisce tra i capelli, il braccio di lui e la resa un po’ impastata dell’emulsione fotografica. In questo caso, la luce continua, fornita al solito da beauty dish, è stata calibrata su una temperatura colore più bassa per accentuare un po’ il rosso.

Il testo completo della canzone:

I hold an image of the ashtray girl
As a cigarette burns on my chest
I wrote a poem that described her world
That put our friendship to the test
And late at night whilst on all fours
She used to watch me kiss the floor
What’s wrong with this picture?
What’s wrong with this picture?

Farewell, the ashtray girl
Forbidden snowflake
Beware this troubled world
Watch out for earthquakes
Goodbye to open sores
To broken centerfloors
You know we miss her
We miss her picture

Sometimes it’s faded
Disintegrated
For fear of growing old
Sometimes it’s faded
Assassinated
For fear of growing old

Farewell the ashtray girl
Angelic fruitcake
Beware this troubled world
Control your intake
Goodbye to open sores
Goodbye and furthermore
You know we miss her
We miss her picture

Sometimes it’s faded
Disintegrated
For fear of growing old
Sometimes it’s faded
Assassinated
For fear of growing old

Hang on
Though we try
It’s gone
Hang on
Though we try
It’s gone

Sometimes it’s faded
Disintegrated
For fear of growing old
Sometimes it’s faded
Assassinated
For fear of growing old

Can’t stop growing old
Can’t stop growing old
Can’t stop growing old

Paura di crescere, e non poter fare a meno di invecchiare. Meglio talvolta farlo insieme.

Buona visione, buon ascolto.

02 English summer rain

Tracklist 1: 02 English Summer Rain

La seconda traccia, nell’ordine corrisponde al 5° scatto per me. In questo caso era “o la va o la spacca”. Eravamo stanchi morti, si era fatto tardissimo, le 4 di notte forse o giù di lì, e la mia modella stava per addormentarsi, il mio modello giaceva morto da qualche parte. Cercavo questa foto, ma non ero certo che l’avrei scattata per colpa dei limiti strutturali della casa e della macchina.

Ma l’immagine era chiara. L’atemporalità che cercavo e che ho rincorso su tutto questo album, corrispondeva ad un desiderio, una attrazione/repulsione. O forse solo un’attrazione, sviluppata in tempi differenti.

Il ritornello poi era chiaro:

I’m in the basement, you’re in the sky,
I’m in the basement baby, drop on by.

Immaginavo questa donna, distesa e sola, che cercasse il contatto di un uomo che non c’era o che forse non l’aveva ancora voluta. Il suo fantasma è la traccia che resta e viene afferrata dal basso, da un uomo che arriva quando ormai la tensione è svanita.

E se fosse stato il contrario? L’uomo cerca una donna che non c’è, che non lo vuole, e rassegnato lui scompare, e a lei resta solo il vento di una carezza o una stretta mai colta del passato.

Non volevo che la agguantasse e basta, volevo che anche lei si protendesse un po’ a cercare questo compagno mai avuto, il braccio sinistro di lei è un invito a lasciarsi afferrare, la destra rassegnata vuole proteggere e stringere in una stretta che non c’è, è un toccarsi per simulare l’essere abbracciati. Lui afferra l’invito mai ricevuto con disperazione, vorrebbe -se ne avesse la forza- sollevarsi su di lei tramite lei. Resterà comunque un appiglio nel vuoto, scivolando dalle lenzuola.

Scattare questa foto è stato particolarmente scioccante: chi non ha mai avuto nella vita un’esperienza di “asincronia amorosa”? Rivivere la scena, e ricollocare in testa gli arredi, i volti, i tagli di luce, quella luce che viene da una lampada fioca, troppo lontana per spegnerla, troppo tenue per non apprezzarne le piccole linee che disegna sui profili. Che sia un vissuto prossimo, o molto lontano, lascia comunque il segno. E quest’è.

La foto, come tutte le altre, è stata scattata in tue tempi con soggetti separati, grazie alla pazienza di Roberta e Simone.

Il testo completo della canzone:

Always stays the same, nothing ever changes,

English summer rain seems to last for ages.
Always stays the same, nothing ever changes,
English summer rain seems to last for ages.

I’m in the basement, you’re in the sky,
I’m in the basement baby, drop on by.
I’m in the basement, you’re in the sky,
I’m in the basement baby, drop on by.

Always stays the same, nothing ever changes,
English summer rain seems to last for ages.
Always stays the same, nothing ever changes,
English summer rain seems to last for ages.

I’m in the basement, you’re in the sky,
I’m in the basement baby, drop on by.
I’m in the basement, you’re in the sky,
I’m in the basement baby, drop on by.

Hold your breath and count to ten,
And fall apart and start again,
Hold your breath and count to ten,
Start again, start again…
Hold your breath and count your step,
And fall apart and start again,
Start again…

Always stays the same, nothing ever changes,
English summer rain seems to last for ages.
Always stays the same, nothing ever changes,
English summer rain seems to last for ages.

Hold your breath and count to ten,
And fall apart and start again,
hold your breath and count to ten,
Start again, start again…
Hold your breath and count to ten,
And fall apart and start again,
Old your breath and count to ten,
And start again, and start again,

Start again…

Buona visione, buon ascolto.

01 Bulletproof Cupid

Tracklist 1: 01 Bulletproof Cupid

Da Tracklist1: Placebo, Sleeping with Ghosts. (intro | galleria)

Bulletproof Cupid. Un Cupido a prova di proiettile.

La sfida con questo album parte da qui e col piede sbagliato, perché è un brano un po’ particolare. C’è da dire intanto che è totalmente strumentale e introduce un disco molto combattuto tra sentimenti d’amore e una forte rabbia. Il titolo cozza un po’ con il primo approccio offerto dalla musica, ma poi a pensarci bene comincia a legare: un cupido, un portatore d’amore, ma lui stesso oggetto della violenza dell’amore stesso. E sostenere il suo ruolo comporta il diventare immune alla sostanza che lo muove e lo ferisce. Non può che amare e subire l’amore. Ne porta, e come un boomerang gli torna indietro e di spalle, come un colpo di pistola alla nuca. In un loop si rialza e torna a ridarne. Questo è una specie di tragico destino, che a pensarci bene non è così dissimile da quello di chi ama e non è corrisposto, o di chi ama e può godere di un’unione che dura il tempo di morirci dentro, e che poi lo rigetta in ginocchio a subirne l’ennesimo colpo.

Mi erano volate per la testa piume e alucce, giacche di pelle, e puttanate varie. Poi mi sono reso conto di voler didascalizzare troppo un titolo, e ho visto nel massimo della nudità la forma più pura di questo stereotipo di rapporto puro/impuro, attrazione/repulsione, accoglienza/abbandono. Motivi che comunque ricorrono nel disco. Nella doppia esposizione ho cercato questo tipo di immagine. L’uomo, il cupido, abbraccia questa donna che non c’è più per lui (errore mio, eccessivamente trasparente), la testa poggia sulla spalla di lei, che compare in realtà solo per tendere la pistola alla nuca di lui, la testa di lei girata dall’altra parte, lui in terra ad accogliere il colpo, consapevole. La abbraccia mentre spara e a terra attende il colpo. Vivo e morto nello stesso tempo.

Lo ammetto, forse sono stato frettoloso, avevo urgenza di scattare e il tempo mi stava logorando, la mostra si avvicinava, mi si affollavano in testa le idee e non riuscivo a organizzarmi con le persone, con la location, le luci. Dare forma a tutto è stato pazzesco. Ed era la prima volta che cercavo di confrontarmi con questo mezzo, la Polaroid Spectra, e le sue pellicole Impossible non hanno una regola esatta. Mi sono basato su sensazioni empiriche, e ho cercato di vedere il prima possibile la forma dei miei pensieri. So per certo che avrei potuto far meglio, valutando bene il contorno, il contesto, le zone di luce e ombra. Ma so anche che se non fosse uscito questo scatto in quella giornata, e un altro che ha dato corpo ala dodicesima traccia, Centrefolds, probabilmente nulla di ciò che è venuto dopo sarebbe mai nato. Sono stati la misura per calibrare il resto del lavoro. E tutto sommato non sono neanche così scontento, anzi, ora mi piacciono di più.

In questa foto si sono prestati con incredibile naturalezza e disponibilità una coppia bellissima, Lorenzo e Anita, amico di vecchia data e la sua ragazza. La coppia è reale e questa prima scelta ha rafforzato la mia necessità di lavorare con chi davvero potesse provare ed esprimere le mie sensazioni, riportandole sul corpo della persona amata.

Per dovere di cronaca esiste una mezza leggenda su questo brano. Pare esista una versione con testo. Ora internet genera mostri, quindi ho preferito non affidarmi a questa diceria e lavorare solo sul brano strumentale presente sul disco. C’è chi dice che una versione cantata sia stata eseguita durante un live, chi invece smentisce tutto e racconta che il testo sia solo un esercizio di stile di qualche fan. Non avrebbe comunque avuto senso tenerne conto.

Buona visione, buon ascolto.

 

Sleeping_with_ghosts

Tracklist 1: Placebo, Sleeping with ghosts / ispirazione e tecniche

“Fotografia emozionale”.

Non ho di certo coniato io questo termine, e credo sia anche facilmente fraintendibile. Ma credo di potermi rivolgere al mio nuovo approccio fotografico solo in questa maniera. “Emozionale”.

È l’emozione che l’immagine racconta? O è l’emozione che suscita, o forse ancora quella che provavo mentre scattavo la foto? Persiste davvero? Può farcela? Non ci sono risposte veramente corrette. È un mix di tutto in realtà. Tiro in ballo il campo delle emozioni perché non trovo ci sia molto altro da dire, o forse gli argomenti sono così vasti che non possono che risiedere nella sfera emotiva.

Come già accennavo nel post sulla genesi del progetto, la scelta di questo disco dei Placebo, al di là del mio passato da depresso fruitore, avviene in maniera quasi casuale, frutto di coincidenze e retaggi culturali, ma si concretizza in me in un momento di forte trambusto, un momento in cui gli scossoni che stavo ricevendo sui diversi piani del vivere umano erano talmente forti da non poter non incidere sul mio umore e la mia produzione.

Ogni storia ha il suo racconto. Quel viaggio Roma – Milano, nel 2011, in macchina io e tre amici, andavamo a vedere i System of a Down. Quel viaggio ha le sue fotografie. Il racconto di noi, i miei capelli lunghi, un sudato postmetallaro entusiasta con qualche chilo in più, le tappe all’autogrill, gli incontri. Tutte cose che sarebbero velocemente svanite se non avessimo cercato di fissarle in un racconto fotografico. E le vacanze al mare, il reggae in spiaggia, le notti infinite e le mattine avvolti nell’amaca a sfidare le pigne che piovevano dagli alberi. Il ricordo persiste, un po’, sentori, sapori, rimembranze che con gli anni si fanno nebbiose, e poco tempo per scattare delle foto, perché troppo distratti per farlo, troppo presi dal momento, ma sono proprio quelle due foto in croce che ti tengono ancorato un ricordo. Di com’eri, di com’eravamo. E cosa provavamo? Capita di dimenticarsi anche della gioia. Come le barzellette. Ti dici che non la dimenticherai mai quella barzelletta. Poi capita che non la racconti più, per mille motivi, e svanisce. Ti dimentichi della gioia. Eppure, ritrovare una foto di me e la mia prima fidanzatina, storia antica morta e sepolta, mi ha trascinato su un sorriso. Vai a capire perché. Perché eravamo felici? O forse solo giovani e spensierati? Di certo non nostalgia, ma… cos’è?

Ebbene, i concerti, le vacanze, le gite, le uscite, tutte queste cose si sostengono con la loro presente, forse sbiadita, documentazione fotografica che ne ravviva il ricordo. Ma cosa succede quando la storia che hai vissuto, il momento che vuoi raccontare, non ha immagini, non ha luoghi, non ha situazioni concrete? Ecco, a me è accaduto questo.

Oh, chiaro. Ho vissuto qualcosa, in certi luoghi, con qualcuno. Ho guidato la mia macchina per andare da un posto all’altro, ho scoperto determinate caratteristiche del vino rosso. Ho parlato a rotta di collo e affrontato dei lunghissimi silenzi. Sono stato ascoltato. Sono stato preso in giro, sono stato accolto. Ho affrontato ambienti diversi, discorsi diversi. Ho scoperto abitudini differenti dalle mie. A volte peggiori, a volte migliori. Odori. “Odori” non è necessariamente profumo. Non puoi ricordare gli odori. Ma gli odori incredibilmente persistono nella memoria in maniera strana. Il colore lo puoi ricordare, una forma, una faccia, un auto. Non puoi ricordare un odore. E’ curioso. Eppure, sapresti riconoscerli tra milioni i profumi che ami, al primo sentore, senza poterne mai percepire il ricordo. Ed è uno shock. Dai, provate a chiudere gli occhi e a sentire nel naso l’odore polveroso della pioggia d’estate. Non è assolutamente possibile. Fateci caso la prossima volta che verrà a piovere. E poi ho sentito alcuni flussi della vita che credevo sopiti, desideri smorzati riaccendersi, e entusiasmi perduti, un nuovo senso di libertà e di prigionia, la luce delle prospettive e il buio delle incertezze. “Su più piani del vivere umano” dicevo. E’ una frase aperta a molteplici interpretazioni.

Allora come fare a dire queste cose? Come si raccontano le storie quando non hanno parole? Come descrivere mesi di sentimenti e sensazioni che ho trascinato con me come zavorre che non hanno forma ma solo peso? Certo, ci sono volti in queste storie, e luoghi specifici, sì, ma non è importante dare un nome o una collocazione, non ho bisogno delle didascalie per i miei fardelli. Vivevo in ogni istante un pugno nello stomaco. E a volte anche due, sinistro/destro, a sorpresa. Ogni istante.

Il tutto nasce per raccontare qualcosa, un frammento di vita per dolorosa che sia. Ha un destinatario specifico e molteplici. Tra questi uno sono io. È racconto, esorcismo, sfogo, intima cronaca, ricordo. Ha la funzione di una lettera, di un grido al vento che fa bruciare la gola, di una storia di cui le immagini emergono a fissare ciò che altrimenti verrebbe dimenticato, perché dimenticare, dicono, sia la cura inevitabile. E dimenticare non è mai possibile, si chiude tutto in un cassetto fino a perderne la conoscenza del contenuto, un cassetto che prima o poi si farà riaprire. Dimenticare non si può, al massimo spazziamo via i file di backup, ma quell’archivio è sempre là, presente e solido, ed io comunque non ho intenzione di dimenticare.

Vorrei poter raccontare queste cose a testa alta, come un qualcosa di davvero svanito, superato, al quale muovo la mia critica saggistica e nulla più. Ma se così fosse non continuerei nella mia ricerca. Magari il fuoco non è più alto, ma il tizzone è acceso, e il vento ogni tanto soffia.

La rabbia è stato il primo motore. La rabbia che covo è una straordinaria caldaia, alla quale avrei dovuto dare sfogo. E poi i contrasti e le similitudini dell’amore e dell’odio. La presa di coscienza del tempo. Il tempo è misurabile, ma solo per la scienza. Non fa differenza a volte se siano tre anni, una settimana o sei mesi di eventi ad alimentarti. A volte il tanto amore annulla la rabbia, a volte è tanto l’amore che l’odio è devastante, a volte la violenza da dentro annulla tutto il resto. Si arriva quasi sempre ad uno zero scientifico. Gli equilibri giungono con la distribuzione nel tempo delle singole componenti. Condensare, ecco cosa era necessario. Condensare. Rendere essenziale il sentimento. Chiudere il tempo in tutta la sua lunga o breve durata in un istante. Rallentare la dimensione del tempo, avvicinarsi all’orizzonte degli eventi e veder scorrere tutto il resto, il mondo impassibile nel suo fluire, e un concentrato di vita fissato all’infinito.

I fantasmi! Loro sono un’immagine incredibile. Sono stati al mondo a muovere energia. Vivere, di vera vita, in carne ed ossa su un suolo duro di pavimento, sotto la forza di gravità, soggetti a quanto di più materiale ci sia al mondo acqua e vento di pulviscolo e il mondo stesso non può essere altro se non dura roccia sulla quale hanno edificato altra roccia. Sono stati materia sulla materia. Come noi. Di tutto ciò non ne rimarrà traccia. L’energia che si muove, si trasforma. Principio di conservazione dell’energia: non si crea ne si distrugge. Eppure sono inciampati in certi frammenti della loro vita, a perdersi dietro un sussurro, a perdersi in occhi che all’improvviso non erano più occhi ma luce, e sentire così forte la vita da volerne privare, per non perdere e sporcare quello zenit di bellezza, a sentire l’impotenza, a sgretolarsi dall’anima per asciugare delle lacrime. Inciampati nelle notizie che non si aspettavano e che non volevano e sorpresi a tenersi la mano sulla pancia e sentire l’anima sgretolarsi ancora. Quell’energia che si libera in quei momenti crea il fantasma. Non si crea ne si distrugge. Semplicemente è. E’ fuoriscita da un sistema meccanico per entrare in un sistema più grande che già ne muoveva i fili, e a loop ripete il suo percorso, all’infinito, mentre il mondo va avanti e lo attraversa. Fantasmi, sì, perché questa traccia di energia non ha corpo, ha solo il desiderio di esserci e di essere raccontata. Intangibile la traccia si sente corpo, e cerca il corpo che non c’è, ed esso stesso è traccia invisibile. Ripetere all’infinito il percorso tracciato, cercandosi ed attraversandosi senza trovarsi mai. Allora cos’é? E’ ricordo? E’ desiderio? E’ solo luce inconsapevole che ripete il suo giro, proiezione del già accaduto, o è energia che libera cerca di rendersi perfetta? Questo proprio non lo so.

Nascono così i miei fantasmi, vivendo nella consistenza del corpo degli attimi di irragiungibile ed immortale perfezione.

La canzone è un veicolo, i testi sono una guida, la musica un prepotente invito. A volte contrastano tra loro. La musica che sfoga in un suono rabbioso, parole che parlano d’amore.

In questo caso i testi sono stati un forte spunto alla creazione delle immagini, suggeriscono a volte qualcosa, una situazione o un luogo che magari anche non mi appartiene o non mi è appartenuto, ma che poi rilascia il sapore emozionale di qualcosa che è esistito per me e potenzialmente esiste ancora. Ogni canzone può essere analizzata su molti piani di lettura, e questo non riguarda solo i Placebo, in quasi tutte le produzioni musicali possiamo riflettere il nostro stato emotivo e cavarne una nostra personalissima interpretazione del momento, che magari non sarà la stessa domani.

Ci sono voluti giorni e giorni di studio, notti passate a pensarci, ascoltare e riascoltare il disco, mentre nel frattempo le cose in me cambiavano e peggioravano e si infiammavano sempre di più, ed ogni ascolto diventava differente, io che sapevo mentre scattavo, come rincarare la dose e farmi sempre più male. Prima, durante, dopo.

Ho chiesto come è mia consuetudine ormai, di non interpretare dei ruoli. Essere se stessi e traccia di se stessi, nudi e soli ed unici al mondo. Il lavoro è stato psicologico. Non era tanto importante fotografare una composizione di materia viva, quanto dare il giusto peso ad un gesto, quanto dar luce e corpo (senza corpo) al sentimento che mi incalzava sull’una o sull’altra mia immagine mentale.

Non è stato per nulla facile. Non è come mettere in posa, sei bravo o meno, poco cambia, metti il braccio qua, alza la gamba là… Indurre uno stato emotivo comporta il doverlo vivere profondamente in prima persona e trasmetterlo a chi dovrà non interpretarlo, ma viverlo lui stesso a suo modo.

Nel primo scatto forse ho fallito in questo. Forse la foga di vedere cosa sarebbe accaduto, cosa sarebbe uscito. Non voglio giustificarmi, ma anche va bene così, fa tutto parte di un percorso.

Le immagini sono state prodotte su doppia esposizione, chiedendo ai modelli di testare insieme la posa. Il contatto vero e proprio era fondamentale per entrare nel vivo del sentimento. Prendersi, ed abbandonarsi, testare la scena insieme, viverla, e poi separarsi e sentire l’assenza nello stringere un corpo d’aria. Testare ancora, prendere le misure, e poi silenzio, prendere posizione, sottrarre, tutti fermi, scattare, tutti fermi, prendere posizione, sottrarre, tutti fermi, scattare. Magia.


La tecnica. Ho usato una Polaroid Spectra Pro, con pellicole Impossible Project a colori. Hanno una bella dominante freddina, e ho deciso dopo diversi test con i flash studio di optare per la luce continua. E’ una macchina la Spectra Pro che nonostante abbia molto più controllo rispetto alle sorelle di pari formato, non possiede comunque la capacità di regolare manualmente le caratteristiche di esposizione. Allora il ragionamento diventa inverso. Nelle situazioni in studio, noi avendo il controllo delle luci possiamo decidere quanto e come esporre e calibrare di conseguenza la strumentazione. In questo caso ho dovuto mettere la macchina nelle condizioni in cui avrebbe senzaltro optato per un miglior compromesso tempi/diaframmi che generalmente corrisponde poi al minor tempo possibile a discapito dell’apertura che risulta essere ampia. Ho ovviamente prodotto diverso materiale in digitale prima di procedere allo scatto definitivo. La tecnologia quando c’è tocca sfruttarla senza abusarne. La simulazione comporta la regolazione della macchina sui 640 iso, che approssimativamente corrisponde alla sensibiltà di una pellicola Spectra. L’uso di un esposimetro esterno può aiutare a valutare bene la sistuazione. Tendenzialmente un test effettuato a diaframmi tra f/8 e f/11 dà buoni risultati. I tempi (almeno nel mio caso specifico) da 1/2 a 3 sec.

Per la luce ho scelto di lavorare con una sola sorgente da Beauty Dish e HoneyComb, alternando due differenti temperature colore, (più calda e più fredda) in base alla situazione, e cercando un po’ di riflessioni con pannello in un paio di occasioni. Mi ha aiutato a concentrare l’attenzione quando possibile sul cuore della scena escludendo il superflo dal fotogramma. La resa è buona, ma la vera difficoltà di questa scelta però si incontra nei punti d’ombra, dove le pellicole non reagiscono particolarmente bene tendendo a chiudere un po’. Probabilmente l’assenza della griglia dal Beauty avrebbe fornito una luce meno dritta ma più descrittiva, sottraendo efficacia però al risultato finale.

Ho scelto di sfruttare come location gli spazi di intimità dei soggetti che si sono prestati (anima e corpo) a questo lavoro, tranne in un solo caso. Lo spazio familiare migliora indubbiamente la capacità di spogliarsi di tutto nel soggetto ritratto, non solo dei vestiti, ma di tutte le proprie tensioni. Sapere di poter contare nel rifugio di una coperta, all’interno del proprio spazio casalingo tra uno scatto e l’altro è un conforto che riporta la persona ad uno stato di disponibile neutralità, consentendogli di uscire più rapidamente dal mood indotto.

La tecnica usata è come anticipato quella della doppia esposizione. La Spectra Pro è già predisposta per lavorare in questa modalità senza dover smanettare troppo. Non dimentichiamo che un’esposizione multipla corrisponde ad una sovrapposizione di luce, e le macchine di una volta non avevano compensazioni automatiche dell’esposizione nella modalità multipla come accade naturalmente sulle ipermoderne digitali. Quindi è opportuno a fronte di un’esposizione doppia (o tripla che sia) cercare di sottoesporre i singoli scatti. La Spectra a seconda del modello ha come quasi tutte le polaroid un controllo a tre posizioni, “più scuro”, “normale”, “più chiaro”. Il “più scuro” è generalmente la scelta più corretta, è molto importante però saper valutare ad occhio quanta luce riflette la scena e regolarsi di conseguenza. L’esperienza qui gioca un ruolo fondamentale.

Un consiglio: mai farsi prendere dalla foga di scattare. La pellicola non prende luce se si attende un po’ di più. E ricontrollare mille volte tutti i parametri. Nel mio caso per sicurezza misuravo e bloccavo a mano il fuoco su una certa distanza per non avere brutte sorprese, e ricordare l’analisi valutativa della scena per compensare. Non sempre una doppia esposizione vuole due scatti sottoesposti. Mai perdere di vista il risultato finale. Sbagliare uno scatto non equivale a sprecarne uno. La soddisfazione che può dare una buona immagine ripaga del costo di tutto il pacchetto.

Nei prossimi post mi dedicherò tempo permettendo al racconto e all’analisi dei singoli scatti, prima di passare all’analisi del lavoro successivo.

Stay tuned! 😀

Fabio